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8月20日 Immigrazione: che fare?Immigrazione:che fare? “Dire che un’ azione fortemente necessaria è politicamente o socialmente impraticabile è la prima (e talvolta unica) difesa di chi si oppone al cambiamento” (John Kenneth Galbraith:La Buona Società) La questione “immigrazione“ interessa ormai tutto il mondo industrializzato e continua e continuerà ad essere un “problema insolubile”. Non si vede, a parte talune prese di posizione e dichiarazioni di principio di politici e amministratori che vivono o fuori dalla realtà o fuori dal tempo, l’ attivazione di un sistema efficiente idoneo sia a consentire un ordinato inserimento degli immigrati nel tessuto socio-economico-culturale dei Paesi interessati sia a limitare il fenomeno a dimensioni fisiologiche. E’, in effetti, un problema organizzativo che abbisogna della giusta definizione, perché in essa sta la base di una sua corretta soluzione.
La limitazione del fenomeno è una questione di politica internazionale da affrontare a livello di istituzioni planetarie come l’ ONU e le sue promanazioni (Banca Mondiale degli investimenti e Fondo Monetario Internazionale): esodi dai propri paesi di dimensioni che potremmo definire bibliche si verificano perché le loro popolazioni non vi trovano una qualità della vita sopportabile. Un saggio e coordinato piano di aiuti internazionali migliorerebbe le condizioni di vita in questi paesi tanto da ridurre drasticamente il desiderio di abbandonarli. E creerebbe le condizioni perché quelli che sono emigrati vi facciano ritorno. Ne sanno qualcosa gli Italiani, fuggiti in massa negli anni ‘40 e ‘50 dello scorso secolo (qualche anziano ricorderà sicuramente il film “Il cammino della speranza”, specchio fedele del contesto in cui si sviluppava l’ emigrazione clandestina) molti dei quali alla vita in Nazioni culturalmente distanti dalla propria hanno preferito il ritorno all‘ albero del nespolo di verghiana memoria Si tratta in pratica di attivare un Piano Marshall come quello messo in atto dagli USA alla fine della 2^ Guerra Mondiale. Nonostante se ne parli spesso, pochi però ne conoscono in realtà i contenuti e lo confondono di solito con gli aiuti umanitari che i paesi ricchi inviano ai paesi poveri. In realtà il Piano Marshall era l’ attuazione della dottrina keynesiana su larga scala: prevedeva che i paesi europei, usciti disastrati dalla guerra, formulassero ciascuno un proprio programma di sviluppo in deficit di bilancio. A ripianare tale deficit avrebbero provveduto gli USA (paese in cui esisteva una larga disponibilità di capitali finanziari) con l’offerta di un sostegno finanziario a bassissimo tasso e a lunga scadenza, poi diventato a fondo perduto. Il Piano mise in moto un circuito virtuoso di scambi commerciali e monetari che in breve risollevò l’economia mondiale, che allora rischiava la stagnazione, creando numerosi posti di lavoro all‘ interno di ciascun paese. E’ vero che ci fu emigrazione, ma fu emigrazione nell’ ambito di ciascun paese, fra paesi confinanti e di massima all‘ interno dell‘ Europa.
L’ ordinato inserimento degli immigrati ( regolari o clandestini) è un problema anch’ esso di coordinamento a livello internazionale delle politiche dei singoli Paesi in materia e riguarda specificamente la loro politica interna, perchè coinvolge in ogni Paese non solo l’ ordine pubblico e la sicurezza, ma anche l’ordinato sviluppo della stessa economia ed ogni aspetto della vita sociale: sanità, istruzione, previdenza, ecc.. Semplicizzando e parlando in termini non fumosi di immigrati, sarebbe necessario prioritariamente, almeno per l‘ Italia attivare un sistema che preveda di: 1. sottoporli agli accertamenti anagrafici: identità, provenienza, gruppo etnico, lingua parlata ; 2. eseguire su di essi gli accertamenti e interventi sanitari fondamentali ( visite mediche, cure, vaccinazioni, ecc.); 3. istruirli sulla lingua parlata, le leggi vigenti e diritti e doveri di chi vive in Italia; 4. accertarne le attitudini professionali e per chi non ne è provvisto, fornigliene. A tale scopo sarebbe necessario istituire appositi “Centri di Accoglimento, Accertamento e Smistamento (CAAS) e Centri di Addestramento Sociale e Professionale(CASP).
Gli accertamenti 1 e 2 hanno carattere di immediatezza, sono di breve durata e dovrebbero essere condotti da “Unità specializzate” nei CAAS da istituire in località viciniori a quelle più frequentemente sottoposte all’ afflusso di immigrati clandestini (per gli immigrati regolari le incombenze dovrebbero essere assolte dalle Ambasciate d’ Italia o dai Consolati all’ estero prima del loro avvio in Italia). Le attività 3 e 4 richiedono maggior tempo (almeno 2 mesi) e dovrebbero essere svolti nei CASP, che a fini di efficienza e di semplicità di organizzazione dovrebbero avere carattere monoetnico o monolinguistico, ossia dovrebbero accogliere persone appartenenti alla stessa etnia e/o parlanti la stessa lingua. I CASP dovrebbero essere affidati ad apposite Unità formate da personale esperto in compiti logistico-amministrativi e personale addetto alle attività di formazione culturale e professionale. Siffatta organizzazione, che può sembrare complessa, costosa e pesante, è in effetti molto semplice da realizzare ed anche molto vantaggiosa: basterebbe impiegare personale nazionale nelle attività direttive e nell’insegnamento delle attività di cui al punto 3 e personale, sia italiano sia immigrato, nelle attività di cui al punto 4.
In Italia i CASP , coordinati dal Ministero del Lavoro, dovrebbero essere almeno 6, dislocati in modo da soddisfare le esigenze di formazione di forza lavoro di Nord, Centro e Sud e potrebbero trovare naturale sede in Caserme dell’ Esercito (attualmente molte sono vuote a seguito della drastica riduzione di personale nelle FF.AA.) dalla capacità ricettiva di almeno 1000 persone. Le Caserme, come è noto, sono provviste oltre che di alloggiamenti, mense, sale di ricreazione e impianti sportivi, anche di aule didattiche, officine e laboratori di varia natura e sarebbero quindi il luogo ideale per lo svolgimento delle attività dei CASP. Tenuto conto dei tempi tecnici necessari per l‘ assolvimento dei vari compiti (2 mesi di attività operativa 1 di attività burocratica, preparatoria e manutentiva), ogni CASP potrebbe svolgere 4 turni di attività operativa l‘ anno, regolarizzando così circa 4 mila immigrati, il che significa un totale di 24 mila immigrati l‘anno da parte di tutto il sistema.
Gli obiettivi operativi ed i programmi dei CASP dovrebbero essere definiti in ambito nazionale sulla base delle esigenze individuate, concordate e prospettate dagli “Stakeholders” (Confindustria, Confartigianato, Confagricoltura, Confcommercio, Sindacati e Istituzioni pubbliche) almeno a livello regionale.
Qualcuno potrebbe obiettare che per l’ attivazione di tale sistema sarebbe necessario occupare a tempo pieno parecchie centinaia di persone (circa 50 italiani e altrettanti immigrati per ciascun CASP): all’obiezione si risponde con il risparmio che il sistema attivato porterebbe nell’ impiego di personale italiano sottoposto a superlavoro (e relativi straordinari e rischi) per sopperire attualmente ai guasti ed ai costi economico-finanziari derivanti dall’ assenza di un sistema efficiente. I media ogni giorno ce ne riferiscono in abbondanza. Altri risparmi verrebbero dalle minori spese a favore degli immigrati indigenti che sopporterebbero in tutt’ Italia Comuni ed Enti assistenziali.
Inoltre, una tale organizzazione, di per sé poco costosa, oltre agli indubbi vantaggi di carattere pratico (inserirebbe nel mondo del lavoro elementi con adeguata preparazione culturale e professionale di base) ne ha altri che nel medio e nel lungo periodo pagano vistosi dividendi sul piano della sicurezza, della previdenza e dell’ ordine pubblico. Basta pensare alle conseguenze pratiche della soluzione delle questioni anagrafiche e delle regolarizzazioni.
Peraltro darebbe un contributo all’ occupazione di giovani insegnanti e personale con precedenti di mestiere italiano.
In sintesi si tratterebbe di attivare per gli immigrati un sistema simile a quello militare dei Centri Addestramento Reclute (CAR). Questi reparti avevano la funzione fondamentale di fornire le istruzioni di base ai coscritti per un loro inserimento ordinato nelle vita dell’ Esercito, con regole particolari a volte differenti da quelle della Società civile da cui i giovani provenivano. Per gli immigrati si tratta di soddisfare esigenze similari.
Ovviamente una soluzione del genere cozza contro gli interessi di bottega di molte ed agguerrite lobby e non viene non solo accettata ma neanche presa in considerazione perché “militarizzerebbe” la questione e i militari si sa…..
E intanto terrorismo e delinquenza organizzata diventano sempre più minacciosi, a quanto riferiscono i media giornalmente |
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