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日志


2月28日

Debellare la fame nel Mondo? Un piano Marshall

La tragedia della fame nel mondo ha molta attinenza con lo sviluppo economico dei paesi del 3° e 4° mondo ed è strettamente connessa con l’inefficienza di una ONU ( e delle Agenzie collegate ) che si trascina avanti da anni come un carrozzone sfasciato, nonostante la buona volontà del suo Segretario Generale ed il suo impegno a riformarla

Troppi organismi burocratizzati e mal coordinati e, quel che è peggio, la miopia di troppi interessi in rotta di collisione rendono questa tragedia al momento ineluttabile. Sarebbe necessaria una impossibile immediata rivoluzione delle coscienze che, diciamolo francamente, questa umanità al momento è incapace di immaginare.

Dobbiamo realisticamente prendere atto che saranno necessari molti anni per addivenire a soluzioni praticabili e radicali: bisognerà definire le varie aree di crisi nei singoli continenti e a chi affidare la responsabilità di intervento in tali aree. Ed è cosa non semplice.Le organizzazioni umanitarie non governative potranno, sì, fare molto, ma è troppo poco per l’immensità dei problemi.

Quelle che saranno le grandi potenze economiche continentali del futuro ormai già alle porte (Usa, Europa, Cina , India, Russia., Canada, Australia, Paesi Arabi) saranno capaci di concordare un cammino comune, un moderno Piano Marshall che richiede anche notevoli sacrifici finanziari, per far raggiungere ai popoli meno fortunati una degna qualità della vita?

E' auspicabile che una nuova generazione di politici preparati e lungimiranti sappia affrontare questo problema.

Dal Piano Marhall, dopo le immense distruzioni apportate dalla II Guerra Mondiale, derivarono immensi vantaggi economici sia agli Stati che ne fruirono gli aiuti sia agli USA che ne sostennero i costi.

Imparare dalla Storia potrebbe essere spesso profittevole.

2月26日

La politica economica fallimentare 2001-2005: menti sopraffine o dilettanti allo sbaraglio?

Ripropongo all'attenzione di tutti gli amici un post del 5 febbraio, forse non ancora letto dai nuovi amici

 

Si potrebbe pensare che negli ultimi cinque anni la politica italiana sia stata in mani di dilettanti allo sbaraglio. Errore!

La politica economica italiana è stata in mani di persone con le idee chiare.

Basta guardare la politica economica e quella fiscale

 

Primo: è stata condotta una politica fiscale deliberatamente tesa a favorire il proprio elettorato, formato per buona parte di percettori di reddito elevato che si sono visti ridurre vistosamente l’IRPEF e che ha ridotto sostanziosamente le entrate fiscali. Ciò ha concorso alla voragine del deficit e del debito pubblico e alla riduzione degli interventi pubblici in campo socioeconomico culturale.

 

Secondo: è stata condotta una politica dei prezzi deliberatamente tesa alla ricerca dell’incremento dell’inflazione reale per incrementare le entrate da IVA pagata dai consumatori, per controbilanciare il decremento di entrate da IRPEF.Tale  politica da 5 anni tiene l’Italia in recessione in quanto, a causa dell’inflazione reale, si sono ridotti drasticamente i consumi privati con conseguente caduta e appiattimento del PIL deflazionato.Ciò si è risolto in un ulteriore aumento del deficit, del debito e nello sforamento dei vincoli del patto di stabilità.

 

Terzo: sono stati fatti interventi (manovre finanziarie) tesi a ridurre la spesa pubblica (contro ogni indicazione contraria della scienza economica) che si sono risolti in un ulteriore riduzione dei consumi (quindi della produzione di beni e servizi, quindi dell’occupazione) e in ulteriori danni per le classi più deboli.

 

Ma ovviamente tutto quello che di male è accaduto in Italia è colpa dell’Euro e dell’11 settembre……

Ricordiamocelo il 9 aprile.

2月25日

Le tante cose fatte in 5 anni

Uno dei princìpi fondamentali delle Pubbliche Relazioni recita così: “ fare, far bene e farlo sapere:”

E a questo principio da tempo si ispirano i governanti alla ricerca di consensi.

Certo che, guardando al nostro Paese, quando taluni governanti dicono di avere lavorato tanto, snocciolando l’infinità di leggi approvate e i provvedimenti adottati a partire dall’inizio della legislatura ormai già chiusa, ci sarebbe da pensare che il principio sia stato stravolto e si debba leggere come : “fare, far male e farlo sapere”.

Fra le tante cose fatte:

    la Riforma fiscale, che ha favorito i redditi alti, ridotto le entrate fiscali, facendo aumentare il deficit ed il debito pubblico, e che assieme al mancato controllo dei prezzi ha fatto aumentare l’inflazione reale, ridotto drasticamente i consumi e portato il Paese ad una recessione che dura ormai da 5 anni, con negative ripercussioni sulle prospettive occupazionali dei giovani;

    la Riforma costituzionale detta della “devolution“, che, se non abrogata, trasformerà l’Italia in un sistema federale composto da 20 repubblichette provinciali e incapaci di operare (comprese le più ricche) nei settori ad esse devoluti; se pensiamo poi che si ricerca in futuro anche il “federalismo fiscale”, vediamo come la varietà amministrativa che ne verrà fuori complicherà la già complicata vita degli italiani, che, per le esigenze esistenziali le più varie si spostano da una regione all’ altra. Inoltre, è noto che di matti ce ne sono anche in Politica e potrebbe capitare che a qualche Governatore venga in mente di adottare dazi protettivi (riservare posti di lavoro e trattamenti di interesse sociale solo ai nativi, ecc.), già richiesti dagli attuali governanti in campo internazionale, nonostante la professione di liberismo. L’Italia è un piccolo paese cui purtroppo mancano già a livello centrale dirigenti in grado di avere una visione allargata dei problemi che nascono dalla globalizzazione, immaginate quali capacità possano avere dirigenti formatisi nell’angusto territorio regionale;

    la Riforma della Scuola (sulla quale avrà una nefasta efficacia anche la “devolution”), che porterà nellla Scuola italiana una scadente produttività in relazione alle esigenze nei campi della ricerca e della formazione professionale, già in ritardo di 20 anni rispetto alle esigenze. La Ricerca costa molto e richiede accentramento di risorse mentre la formazione richiede conoscenze vaste, aggiornate e aggiornabili con continuità: la provincializzazione dei programmi non sarà in grado di stare al passo coi tempi;

    La Riforma del mercato del lavoro, che farà incrementare la precarizzazione ed i tempi di attesa degli aspiranti “lavoratori”:la precarietà incide negativamente sui consumi di beni durevoli (la cui produzione muove il circuito economico virtuoso) e sulla ricchezza del Paese;

    La riforma elettorale, che ridurrà la partecipazione popolare alla scelta dei propri rappresentanti e gli spazi di democrazia.

Ovviamente fra le tante leggi fatte ci sono le comode  leggi “ad personam”, troppe per enunciarle

2月24日

Livelli di istruzione in Italia:censimentoISTAT 2001

A. Questi i dati diffusi dall’ISTAT sul livello di istruzione dei 53.854.962 residenti in Italia di età superiore a 6 anni alla data del censimento:

- analbafeti.                                          782.342 (+)

-senza licenza elementare                   5.199.237 (=)

- semianalfabeti                            5.981.579

 

- con licenza elementare                    13.686.021 (+)

- con licenza media inferiore              16.221.737 (=)

- con basso livello di istruzione     29.907.758

 

- con diploma scuola media superiore                            13.923.366 (+)

- con diploma universitario                                                 561.724 (+)

 - con laurea                                                                   3.480.535 (=)

-con titolo di studio adeguato al tempo presente    17.965.625

B. Se teniamo conto che la situazione non è molto cambiata e che il 50% degli italiani ha un’età superiore ai 40 anni, la conclusione è amara: siamo un popoli di vecchi e poco istruiti, ergo facile preda di leader populisti che sanno adoperare slogan di facile effetto (legge, ordine e meno tasse) e di messaggi subliminali (quelli che ci fanno comprare spesso merci inutili, se non dannose, vedi sigarette). Solo poco più di 17 milioni hanno un titolo di studio adeguato ai tempi ma non sono preparati alle sfide del futuro ormai già prossimo che richiede elevati livelli di istruzione per le attività anche meno tecnologicamente avanzate

C. Meditate genti, meditate……

2月22日

Il ricco è un genio:se si è fatto ricco da sè, potrà fare ricchi anche noi

 Postato già il 7 febbraio ve lo ripropongo, tante volte non lo abbiate letto 

A volte, per consolarmi delle delusioni che spesso mi danno i connazionali, e non solo, rileggo gli scritti di un vecchio saggio americano-canadese, molto ben conosciuto, e in particolare le righe che seguono.

 

“…. vi è un forte tendenza a credere che quanto maggiore è il denaro, sia sotto forma di redditi sia di attività finanziarie, posseduto da un individuo o che a questi è associato, tanto più profonda e sensibile è la sua percezione economica e sociale, tanto più sagaci e penetranti i suoi processi mentali.Il danaro è la misura del successo capitalistico. Quanto maggiore è il danaro, tanto maggiori sono il successo e l’intelligenza che lo sorregge.

 

Inoltre, in un mondo in cui per molti l’acquisizione di danaro è difficile e le somme che si riescono ad accumulare sono così manifestamente insufficienti, possederne in grandi quantità sembra un prodigio.Di conseguenza tale possesso non può non essere associato ad una particolare genialità.

Questa visione è poi rafforzata dall’aria di sicurezza di sé e di autoapprovazione di solito assunta dai ricchi……

 

In realtà questa reverenza per il possesso di danaro indica, ancora una volta, la memoria corta, l’ignoranza della storia…..

 

Avere danaro può significare, come molti esempi del passato e del presente confermano, che la persona è indifferente, e in modo folle, ai vincoli della legge e, in tempi moderni, è un potenziale ospite di una prigione. (J.K.Galbraith “Breve storia dell’euforia finanziaria” ed.Rizzoli 1991, pagg. 22-23 ).


Chissà a chi pensava.

Certo che guardando l'Italia sembrebbero una profezia…….

2月20日

Terrorismo islamico: una possibile chiave di lettura

Ripropongo alcune righe già postate lo scorso 4 febbraio, ma scritte già da qualche anno, che potrebbero contribuire ad affrontare in maniera asettica quanto sta accadendo in questi giorni a proposito delle vignette sul Profeta. Attenzione gli obiettivi strategici di al-Qa’ida  sono all’interno dei paesi islamici: quei despoti laici o integralisti (i cosidetti moderati) che flirtano con i paesi industrializzati e che i paesi industrializzati aiutano a rimanere al potere o a conquistarlo. L'assalto al Consolato italiano a Bengasi , in ultima analisi, potrebbe ritorcersi contro Gheddafi secondo la strategia di al-Qa'ida.


Per meglio comprendere quanto accade, da persone che cercano di ragionare con la propria testa e di sfuggire all'irrazionalità emotiva indotta in buona e/o in mala fede da chi ne ha interesse e potere, si rende necessaria un’ analisi della situazione e del contesto storico in cui viviamo al fine di realizzare un quadro di riferimento geopolitico che non si discosti tanto dalla realtà.

E’ noto che la maggior parte di materie prime e di petrolio giace in paesi retti da regimi dispotici più o meno corrotti (basta guardare l'OPEC), protetti (eufemismo) dai paesi industrializzati, che così possono controllare i prezzi di materie prime e di petrolio, fondamentali per lo sviluppo del sistema economico mondiale.
Le popolazioni di questi paesi (buona parte dei quali faceva parte dell'antico Califfato islamico) vivono in condizioni miserevoli ed altra speranza non hanno che un felice al di là, da raggiungere anche attraverso il jihad (che come si sa non é solo guerra santa);
Fonti specializzate ritengono che il radicalismo islamico professato da al-Qa'ida, ideologo il medico egiziano al-Zawairi (già coinvolto nell'assassinio di Sadat) e geniale organizzatore bin Laden , persegua l'obiettivo strategico di unificare politicamente i paesi del vecchio Califfato onde poter contrattare da una posizione di forza prezzi di materie prime e petrolio, ai fini di un più giusto futuro sviluppo economico dei paesi islamici.

A tal fine al-Qa'ida agirebbe su due direttrici: eliminare i despoti corrotti per instaurare regimi coerenti con la sua strategia (Saddam era un despota corrotto, in rotta di collisione con al-Qa'ida, da eliminare, come Gheddafi ed altri) e dissuadere i paesi industrializzati dall'intervenire negli affari interni di al-Qai'da.
Sotto quest'ottica andrebbero inquadrati gli attentati terroristici che da molti anni insanguinano sia il mondo industrializzato sia quello islamico e la capillare diffusione di cellule jihadiste attive e in sonno "all over the world".

Si spiegherebbero così gli interventi americani in Afghanistan e in Iraq, tesi a prevenire l'instaurazione di regimi fedeli ad al-Qa'ida in Pakistan (che possiede armi nucleari) ed in Iraq (la cui produzione di petrolio é in grado di influenzarne notevolmente il mercato) e l' accettazione - senza credibili proteste - da parte di Russia,Cina e India delle azioni Usa, considerato che esse stesse sono o possono essere oggetto di dissuasione terroristica (i paesi del vecchio Califfato si estendono in Europa, Africa e Asia).

Ma continuando USA e paesi amici nell'attuale politica , attendiamoci un' escalation di attentati (come di fatto sta accadendo) o di azioni di condizionamento (come certi rapimenti e minacce) a meno che in un modo o in un altro non si venga a patti con al-Qa'ida nel senso di persuadere i despoti corrotti a cambiare politica o di cambiare rapidamente i despoti corrotti e di fare intervenire in Iraq una coalizione gradita ad al-Qa'ida.
Perché prima o poi con al-Qa'ida bisognerà tutti, Russia, Cina e India compresi, fare i conti.
Marx non é morto e questo non é un altro discorso.

 

2月19日

Confini, razze, uomini, idee

 

“Solo gli uomini il cui spirito è incapace di volare rimangono aggrappati alla cupa e dannosa superstizione secondo cui il confine del mondo è la collina più vicina, l’universo finisce lungo le rive del vicino ruscello, l’umanità si esaurisce nel ristretto circolo di coloro che abitano la sua stessa città, hanno le stesse opinioni ed il medesimo colore della pelle (Robert F. Kennedy- 6 giugno1966)”

 

Pochi minuti prima delle frasi citate, lo stesso Bob Kennedy aveva detto, rivolgendosi agli stessi ascoltatori, studenti di un’università sudafricana:

 

:“….. in pochi secondi, appena il tempo di un batter di palpebre, abbiamo sorvolato campi di battaglia sui quali milioni di uomini hanno combattuto e sono morti. Non abbiamo visto alcun confine nazionale, non abbiamo visto né abissi senza fondo né alti muri che dividono i popoli gli uni dagli altri. Abbiamo visto solo la natura e le opere dell’uomo – case ,fabbriche e aziende agricole – a testimonianza del comune sforzo dell’uomo di arricchire la sua vita. In ogni dove  le innovazioni tecnologiche e i nuovi sistemi di comunicazione avvicinano  uomini e nazioni, facendo sì che i timori di uno finiscano per divenire inevitabilmente i timori di tutti. E questa sensazione di maggiore vicinanza sta strappando le false maschere, l’illusione della diversità che è poi la radice dell’ ingiustizia, dell’odio e della guerra.

 

E Internet non era ancora in mani pacifiche. Come mi piacerebbe che questo fosse letto da qualche piccolo boss di casa nostra, magari ufficialmente sostenitore delle 3  “ i ”  ma, sotto sotto, xenofobo oltre ogni dire

2月17日

Bella di Jovanotti


E GIRA GIRA IL MONDO GIRA
E GIRA IL MONDO E GIRO TE
MI GUARDI E NON RISPONDO
PERCHE' RISPOSTA NON C'E'
NELLE PAROLE
BELLA COME UNA MATTINA
D'ACQUA CRISTALLINA
COME UNA FINESTRA
CHE M'ILLUMINA IL CUSCINO
CALDA COME IL PANE
OMBRA SOTTO UN PINO
MENTRE T'ALLONTANI STAI CON ME FOREVER
LAVORO TUTTO IL GIORNO
E TUTTO IL GIORNO PENSO A TE
E QUANDO IL PANE SFORNO
LO TENGO CALDO PER TE
CHIARA COME UN A B C
COME UN LUNEDI' DI VACANZA
DOPO UN ANNO DI LAVORO
BELLA COME UN FIORE
DOLCE DI COLORE
BELLA COME IL VENTO
CHE T'HA FATTO BELLA AMORE
GIOIA PRIMITIVA DI SAPERTI VIVA
VITA PIENA GIORNI E ORE BATTICUORE
PURA DOLCE MARIPOSA
NUDA COME SPOSA
MENTRE T'ALLONTANI STAI CON ME FOREVER
BELLA COME UNA MATTINA
D'ACQUA CRISTALLINA
COME UNA FINESTRA
CHE M'ILLUMINA IL CUSCINO
CALDA COME IL PANE
OMBRA SOTTO UN PINO
COME UN PASSAPORTO
CON LA FOTO DI UN BAMBINO
BELLA COME UN TONDO
GRANDE COME IL MONDO
CALDA DI SCIROCCO E FRESCA
COME TRAMONTANA
TU COME LA FORTUNA
TU COSI' OPPORTUNA
MENTRE T'ALLONTANI STAI CON ME FOREVER
BELLA COME UN'ARMONIA
COME L'ALLEGRIA
COME LA MIA NONNA IN UNA FOTO
DA RAGAZZA
COME UNA POESIA
OH MADONNA MIA
COME LA REALTA'
CHE INCONTRA LA MIA FANTASIA
BELLA
BELLA
BELLA BELLA


Ne me quitte pas di Jacques Brel

Ne me quitte pas
Il faut oublier
Tout peut s'oublier
Qui s'enfuit déjà
Oublier le temps
Des malentendus
Et le temps perdu
A savoir comment
Oublier ces heures
Qui tuaient parfois
A coups de pourquoi
Le coeur du bonheur
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas

Moi je t'offrirai
Des perles de pluie
Venues de pays
Où il ne pleut pas
Je creuserai la terre
Jusqu'après ma mort
Pour couvrir ton corps
D'or et de lumière
Je ferai un domaine
Où l'amour sera roi
Où l'amour sera loi
Où tu seras reine
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas

Ne me quitte pas
Je t'inventerai
Des mots insensés
Que tu comprendras
Je te parlerai
De ces amants-là
Qui ont vue deux fois
Leurs coeurs s'embraser
Je te raconterai
L'histoire de ce roi
Mort de n'avoir pas
Pu te rencontrer
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas

On a vu souvent
Rejaillir le feu
De l'ancien volcan
Qu'on croyait trop vieux
Il est paraît-il
Des terres brûlées
Donnant plus de blé
Qu'un meilleur avril
Et quand vient le soir
Pour qu'un ciel flamboie
Le rouge et le noir
Ne s'épousent-ils pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas

Ne me quitte pas
Je ne vais plus pleurer
Je ne vais plus parler
Je me cacherai là
A te regarder
Danser et sourire
Et à t'écouter
Chanter et puis rire
Laisse-moi devenir
L'ombre de ton ombre
L'ombre de ta main
L'ombre de ton chien
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas

 

Ci vuole un fiore di Sergio Endrigo

 

Le cose di ogni giorno raccontano segreti
A chi le sa guardare ed ascoltare
Per fare un tavolo ci vuole il legno
Per fare il legno ci vuole l'albero
Per fare l'albero ci vuole il seme
Per fare il seme ci vuole il frutto
Per fare il frutto ci vuole il fiore
Ci vuole un fiore, ci vuole un fiore
Per fare un tavolo ci vuole un fiore

Per fare un tavolo ci vuole il legno
Per fare il legno ci vuole l'albero
Per fare l'albero ci vuole il seme
Per fare il seme ci vuole il frutto
Per fare il frutto ci vuole il fiore
Ci vuole un fiore, ci vuole un fiore
Per fare un tavolo ci vuole un fiore

Per fare un fiore ci vuole un ramo
Per fare il ramo ci vuole l'albero
Per fare l'albero ci vuole il bosco
Per fare il bosco ci vuole il monte
Per fare il monte ci vuol la terra
Per far la terra ci vuole un fiore
Per fare tutto ci vuole un fiore

Per fare un fiore ci vuole un ramo
Per fare il ramo ci vuole l'albero
Per fare l'albero ci vuole il bosco
Per fare il bosco ci vuole il monte
Per fare il monte ci vuol la terra
Per far la terra ci vuole un fiore
Per fare tutto ci vuole un fiore

Per fare un tavolo ci vuole il legno
Per fare il legno ci vuole l'albero
Per fare l'albero ci vuole il seme
Per fare il seme ci vuole il frutto
Per fare il frutto ci vuole il fiore
Ci vuole un fiore, ci vuole un fiore
Per fare tutto ci vuole un fiore 

I rischi dell' economismo

L’economismo sta sempre più guidando la vita dei popoli ricchi e a questa tendenza non sfugge neanche l’Italia: tutto è valutato in relazione al denaro ed al profitto.

L’avanzamento tecnologico induce le imprese a ristrutturarsi, ciò che nella realtà significa ricercare l’aumento della bruta produttività ad ogni costo, il che si traduce nell’espulsione dei più vecchi e meno aggiornati dal ciclo produttivo.

 

Vengono frattanto richiesti alla Scuola giovani già specializzati, belli e pronti per essere inseriti il più presto possibile nel mondo del lavoro.

La Scuola, nel suo volersi adeguare alle esigenze del mondo del lavoro migliora, sì, la loro preparazione tecnica, ma lo fa sempre più a scapito della loro formazione umana, sicché i giovani che ne vengono fuori sono, in effetto, solo delle buone macchine operatrici, ma ancora immaturi e privi della necessaria capacità di critica.

E così essi, a seguito di ciò, diventano facili prede degli effetti condizionanti negativi di certa strategia del consenso, attivata dalle varie parti in giuoco, che utilizzando più o meno efficientemente i media per perseguire i propri fini, ne indeboliscono le resistenze intellettuali e morali.

 

La religione del profitto, inoltre, riduce sempre più il tempo d’attesa di esso; si vuole tutto e subito: i più ricchi speculano e diventano sempre più ricchi, mentre i più poveri e inadeguati, che diventano anche sempre più poveri, mal si adattano alla loro condizione e sono facile preda della disperazione e del nichilismo.

Sempre più manipolate dai media, che con molta leggerezza (o a bella posta?) diffondono il mito della facile ricchezza e della violenza quale mezzo necessario per procacciarsi la ricchezza o per difendersi dalla violenza delinquenziale, le masse diventano ancor più radicali.

I più disperati delinquono e fra questi molti meridionali, afflitti da lunghe attese di riscatto economico e sociale, ed immigrati.

 

Da qui, nelle ricche regioni del Nord l’ostilità, al limite del razzismo, verso questi “diversi”, ostilità accresciuta in conseguenza della facile propaganda di capipopolo che predicano “legge e ordine” soprattutto nei confronti di questi “diversi”, ai quali vengono attribuite, spesso senza lo straccio di una prova, tutte le possibili nefandezze.

 

Da qui la protesta contro il costoso ed inefficiente Stato, che chiede troppe tasse per sostenere un arcaico welfare (oltre che per pagare i debiti fatti per arricchire il già ricco Nord), ed il facile consenso verso chi promette meno Stato e meno tasse.

 

Bisogna fare una pausa di riflessione e trovare urgenti rimedi ad una situazione sempre più degradata, che non solo porterà sicuramente le destre a governare ancora (non sarebbe questo il male maggiore, perché ad eventuali ingiustizie le masse saprebbero rispondere) ma soprattutto potrà creare tendenze dissolutrici dello Stato e della coesione sociale.

 

Gli inesperti allievi aspiranti stregoni del mondo della propaganda politica stanno mobilitando energie e comportamenti che rischiano di interagire sinergicamente e di determinare conseguenze nefaste, che possono sfuggire ad ogni possibilità di controllo.  

 

2月16日

Livelli di istruzione in Italia (Censimento 2001)

Quello che mi dà da pensare sono i dati diffusi dall’ISTAT sul livello di istruzione dei    53.854.962  residenti in Italia di età superiore a 6 anni alla data del censimento 2001.In Italia c’erano allora (e non è che la situazione sia tanto cambiata):

 

     - analbafeti.                                             782.342 (+)

     -senza licenza lementare                             5.199.237 (=)    

    5.981.579 semianalfabeti (+)                    

 

 

     - con licenza elementare                          13.686.021 (+)

     - con licenza media inferiore                     16.221.737 (=)

    29.907.758 con basso livello di         istruzione

 

     -con diploma scuola media superiore          13.923.366  (+)    

     - con diploma universitario                           561.724  (+)

     -con  laurea                                          3.480.535  (=)

   17.965.625 con titolo di studio adeguato al tempo presente

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

    Se teniamo conto che il 50% degli italiani ha un’età superiore ai 40 anni, la conclusione è amara: siamo un popoli di vecchi e poco istruiti, ergo facile preda di leader populisti che sanno adoperare  slogan di facile effetto (legge, ordine e meno tasse)  e di messaggi subliminali (quelli che ci fanno comprare spesso merci inutili, se non dannose, vedi sigarette) Solo poco più di 17 milioni hanno un titolo di studio adeguato ai tempi ma non sono preparati alle sfide del futuro ormai già prossimo che richiede elevati livelli di istruzione per le attività anche meno tecnologicamente avanzate

 

  Meditate genti, meditate……

    

Come si dissolvono le dittature

La caduta del muro di Berlino e la disintegrazione del sistema comunista nell’Europa orientale sono state e continuano ad essere interpretate come se fossero le conseguenze della superiorità del sistema liberista nei confronti di quello collettivista.

E non è che non ci sia del vero.

Ma è più vero che il sistema collettivista è crollato per com’è stato gestito, in quanto sistema dittatoriale .

In qualunque sistema dittatoriale è legge di vita che il Capo si circondi spesso e volentieri di gregari di propria fiducia: non è il merito che fa la selezione ma la fedeltà.

Il Capo sceglie e promuove solo persone che può controllare e che, soprattutto, non lo possano rovesciare.

Condizione per avanzare in carriera è il piacere ai capi: da qui una corsa al conformismo in cui i migliori sono destinati a perdere perché spesso e volentieri propongono il progresso, che in sé porta i germi del cambiamento.

Chi propone di cambiare è guardato sempre con sospetto perché in pratica è contro lo  statu quo, il    che spesso significa essere contro il vigente sistema, espressione delle decisioni dei capi.

Chi è contro le decisioni dei capi non è fedele ad essi e, pertanto, deve essere eliminato.

Rimangono solo quelli che valgono poco, che avanzando in carriera si circondano di gregari che valgono meno e così di seguito, in un rapido decadimento del sistema che più o meno pacificamente implode e si autodissolve.

E’ sempre accaduto.

Accadrà sempre!
2月15日

Competitività e solidarietà

                         

Alcuni uomini vedono le cose come sono e dicono: “Perché?”.

Io sogno le cose come non sono mai state e dico :” Perché no?” (G.B.Shaw)

 

 

Sembra che, sul piano dei comportamenti sociali, uno dei problemi di oggi sia scegliere fra com­petitività o solidarietà.

Esaminando la realtà si deduce che sia sul piano economico sia sul piano politico-sociale la scelta non possa fare a meno di cadere sulla solidarietà.

Perché?

Perché laddove si parla di competizione si parla di legge del più forte, nella quale c’ é uno che vince ed altri che perdono.

E, in economia, chi perde, perde danaro e fallisce.

E quando uno fallisce, chiude e lascia sul la­strico le famiglie dei dipendenti, che diven­tano disoc­cu­pati, e dei soci, che ci rimettono il capitale finanziario investito.

La sconfitta non crea ricchezza ma la di­strugge.

La solidarietà, invece, é l’ opposto.

Il più forte aiuta il più debole a superare le difficoltà e gli ostacoli.

E, in economia, questo vuol dire coopera­zione nel conseguimento di obiettivi di carat­tere sociale in quanto non ci sono sconfitti che, avendo perduto, falliscono e devono chiudere e non ci sono nuovi disoccupati, abbandonati al loro destino.

Solidarietà vuol dire sinergismo e, quindi, crescita ed espansione.

Vuol dire aumento dell’ occupazione e della ricchezza.

Il che non vuol dire sopravvivenza a tutti i costi dell’ inutile e dell’ obsoleto.

Vuol dire ricerca dell’ efficienza (attitudine a soddisfare le motivazioni interne ed esterne,differente da efficacia, attitudine a perseguire uno scopo,quale che sia la via) e, quindi, cambiamento.

La competitività, invece, una volta avvenuta la selezione, ricerca il mantenimento e la conserva­zione della condizione acquisita.

Ecco, quindi, le posizioni antitetiche: conser­vatorismo e progressismo.

Il conservatorismo è tipico delle forze di destra, il progressismo, invece, delle forze di sinistra.

Così accade nei paesi di vecchia democrazia.

In Italia c’ é ancora un pò di confusione, per­ché nelle masse la capacità di distinguere fra le caratte­ristiche della destra e quelle della sinistra non sono chiare, soprattutto perché si dicono di destra forze che per gli obiettivi che perseguono in campo economico-sociale do­vrebbero essere qualifi­cate di sinistra.

La confusione deriva dalla svolta data a quella che doveva essere la rivoluzione so­ciale di inizio secolo dai sostenitori della Buonanima.

Se quegli uomini che si dicono simpatizzanti della Destra nazionale non ritornano alle vere loro origini e non ritrovano le loro radici (il Socialismo), la confusione continuerà ancora.

E la democrazia italiana sarà sempre debole e incompiuta, debole perché incompiuta.

La vera destra in Italia è l’ anima liberista di Forza Italia, rappresentata da Martino e Tremonti  in Economia e da Berlusconi in Politica e, so­prattutto, nella Finanza.

Alleanza nazionale e Movimento Sociale hanno un’ anima di sinistra, mascherata dalla propaganda che li vuole sostenitori di legge, ordine e disciplina.

Quando avranno fatto autocritica e soprattutto quando avranno fatto pubblica abiura degli aspetti più nefasti e deleteri del conformismo verso quei capetti che rappresentavano il potere e che con­dussero verso la perdizione la Buonanima e la Nazione, aspetti che sono proprio la manifestazione superficiale e ne­gativa del Fascismo, allora sì che in Italia si potrà parlare di democrazia compiuta.

 

Perché allora ciascuna forza politica occuperà lo spazio che le spetta e ognuno saprà a chi ispirarsi.

Le parole saranno chiare e i programmi coe­renti perché nessuno potrà più razzolare nel campo altrui.  

2月14日

Inflazione da Euro,di chi il merito: delle berlusconomics

                                     

La perdita di potere d’acquisto degli italiani è stata comunemente attribuita all’adozione dell’Euro. A giustificazione del fatto che in Italia, in coincidenza con l’adozione dell’Euro, l’inflazione reale è stata galoppante e nel giro di tre anni i prezzi dei generi di prima necessità si sono raddoppiati sono state portate tante piccole amene giustificazioni: gli esperti ci hanno predicato che  la tendenza a semplicizzare ci ha indotti a dare all’Euro il valore di mille lire, che il non essere abituati ad usare i centesimi ci ha portato a non tenerne conto e così forse qualcuno ne ha anche approfittato, forse i commercianti. E poi, diciamolo, diciamolo, l’Euro è stato un gran guaio per l’economia italiana, perché ci ha impedito le svalutazioni competitive che in passato hanno facilitato le esportazioni, la ripresa economica e l’occupazione. E invece, per colpa dell’Euro eccoci qui, con l’economia che non tira , con il governo che fatica a rispettare i vincoli del “patto di stabilità”, coi sindacati che filano d’amore e d’accordo con la sinistra, sì i comunisti, e facendo scioperare i lavoratori , riducono la produzione di beni e servizi, che di fatto impoverisce il paese perché il PIL non cresce.

Maledetto Euro!!!!

 

Ma è stato proprio così oppure l’alta inflazione reale è stata ricercata dai nostri furbissimi regolatori dell’economia nazionale, i quali a tale scopo non hanno attivato gli organi di vigilanza sull’andamento dei prezzi al consumo?

Perché l’avrebbero fatto?

Per almeno tre ordini di motivi.

 

Primo:l’inflazione reale alta è stata perseguita perché nonostante la notevole contrazione dei consumi in termini assoluti, il PIL a prezzi di mercato poteva risultare crescente, cosicchè il rapporto Debito Pubblico/ PIL a prezzi di mercato poteva diminuire, nonostante l’aumento in termini assoluti del Debito.

 

Secondo:l’inflazione reale alta è stata voluta perché così si potevano aumentare le entrate fiscali dello Stato (in particolare l’IVA) mentre si potevano ridurre le uscite con l’adeguamento al ribasso dei salari dei pubblici dipendenti per effetto di una bassa inflazione non reale calcolata dall’ISTAT,  ed anche a seguito dei decreti taglia spese.Il tutto, per favorire il conseguimento di un rapporto Deficit statale / PIL a prezzi di mercato inferiore al 3 %.

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Terzo: l’inflazione reale alta è stata fortemente desiderata (in concomitanza di un’inflazione calcolata bassa e un PIL a prezzi di mercato risultato cresciuto nonostante la notevole contrazione dei consumi) perché nel calcolo del PIL deflazionato (ovvero corretto dagli effetti dell’inflazione calcolata dall’ISTAT) poteva essere applicato un deflatore del PIL più basso di quello reale, perché  derivato dalla bassa inflazione calcolata. Così il PIL deflazionato poteva risultare  superiore al quello reale, ciò che in un regime di vera e propria recessione qual’è quello che da 5 anni attraversiamo, consentiva di affermare che in Italia c’era un lieve aumento della ricchezza..

 

In questo modo i furbissimi regolatori dell’economia potevano dimostrare che i conti dello Stato erano in ordine, che l’economia cresceva, anche se lentamente, ma cresceva e che le le berlusconomics, sono quello che ci vuole per l’Italia, per l’Europa e forse anche per il Mondo.

 

C’è qualcuno che ricorda i guai procurati dalle reaganomics?

Le sconfitte del centro sinistra nelle elezioni del 2000 e del 2001

Erano ineluttabili, e non perché il centrodestra fosse più forte o avesse presentato un programma più persuasivo o uomini più credibili e men che meno perché il Cavaliere si fosse alleato con la Lega.

E neanche perché il centrosinistra avesse governato male o si fosse presentato meno compatto del Polo per la continua litigiosità delle varie sue componenti.

Era scritto ed è scritto nel destino politico dei popoli ricchi, la cui religione di vita è l’economismo: la diffusa ricchezza rende tutti più egoisti e non solo gelosi della propria ricchezza ma soprattutto desiderosi di accrescerla il più possibile o, almeno, di conservarla.

Gli imprenditori privati e gli azionisti vogliono imprese più redditizie e lucrative, per cui bisogna ridurre i costi, il che significa dover ridurre i dipendenti attraverso la flessibilità e/o pagare meno tasse.

L’aumento diseguale della ricchezza (che è di molti) crea ormai pochi poveri, che però sono molto poveri e disperati e quindi possibili prede di tendenze asociali e amorali.

Da qui la proliferazione di certa delinquenza più o meno organizzata e la conseguente richiesta di misure di sicurezza più efficaci.

Lo slogan più diffuso fra i ricchi popoli occidentali è legge e ordine e meno tasse.

 

Le sinistre per costituzione sono solidariste e, quindi, più propense a chiedere a tutti i più for­tunati (che sono tanti) di pagare più tasse e a ricercare ricette più dolci per guarire i mali so­ciali.

Da qui le lunghe fortune di governi conservatori nei paesi ricchi (i casi Roosvelt e Clinton sono rare eccezioni alla regola, il primo per la coincidenza della 2^ guerra mondiale durante il suo 2° mandato e il secondo perché facilmente controllabile per i suoi vizi privati dalla tecnostruttura militare-industriale che domina gli USA) pronti a soddisfare le esigenze dei più ricchi nei loro paesi.

Il fatto che la ricchezza dei cittadini ricchi degli stati ricchi sia a scapito dei loro concittadini meno abbienti e dei popoli più poveri conta poco nel breve e nel medio periodo.

Il centrodestra avrebbe vinto comunque quelle elezioni e non perché il governo di centrosinistra è stato troppo debole con gli immigrati più o meno autorizzati, ai quali si attribuisce l’incremento dei reati verificatosi negli ultimi tempi, ma semplicemente perché la coesione sociale è ormai an­data a farsi benedire, l’egoismo ha preso il sopravvento (le fortune della Lega sono cominciate prima, quando c’era la normale immigrazione interna dalle regioni più povere a quelle più ricche) e nessuno intende prendersi carico dei meno fortunati.

Da qui il voto a chi si è fatto paladino di legge e ordine e meno tasse.

 

Avrebbe vinto chiunque, anche se non avesse avuto le Televisioni e le ricchezze del Cavaliere: anzi il Cavaliere ha vinto, nonostante la pacchianaggine e le grossolanità psicologiche dimo­strate durante la campagna elettorale -che gli avevano alienato parecchie simpatie dentro e fuori del suo elettorato- solo perché ha pervicacemente insistito nel suo slogan “legge e ordine e meno tasse”.

Il centrosinistra lo ha solo scimmiottato raccontando timidamente che le cose cominciavano ad andare bene sul piano economico, che l’occupazione aumentava, che col tempo le tasse potevano anche essere ridotte mentre invece avrebbe dovuto presentare coraggiosamente l’amara e costosa ricetta di un programma che intendeva affermare i suoi valori, quelli che possiamo riassumere nella solidarietà e nella giustizia sociale, nella protezione dei più deboli e meno fortunati, nel sacrificio del proprio egoismo, nell’efficienza (attitudine a soddisfare le motivazioni interne ed esterne -che tiene conto della solidarietà- cosa differente dall’efficacia, capacità di risolvere i problemi che però non tiene conto della soddisfazione dei pubblici interni ed esterni) e che a lungo andare pagano un vistoso dividendo non solo in campo economico ma anche nel settore della sicurezza e della giustizia.

Ne tengano  conto quelli dell’ Unione

2月13日

La Buona Scuola e quella della Moratti

  Tenuto conto che:

-   andiamo sempre più verso una realtà in cui l' aumento della              vita media porta ad aumentare i limiti d’età per il pensionamento e quindi ad allontanare nel tempo sia la creazione di vacanze organiche nel mondo del lavoro sia l’inserimento dei giovani in tale mondo;

-         il cittadino italiano è legalmente maggiorenne  a 18 anni;

-          la qualità della vita è tanto più elevata quanto maggiore è la capacità di ciascuno di apprezzare criticamente le cose dello Spirito, ad esempio l’Arte;

-         il mondo del lavoro richiede, anche per quelle che una volta erano le professioni più umili,      una formazione professionale sempre più sofisticata e aggiornabile, alla cui base sta una elevata preparazione scientifica di base, la conoscenza delle lingue e dell’informatica (scienza che si rinnova giornalmente);

é da parecchi anni che penso che compito della Scuola dovrebbe essere il contribuire a :

-         formare la persona umana;

-         formare  il cittadino;

-         attribuirgli la formazione scientifica di base per affrontare gli studi successivi per conseguire un’ adeguata qualificazione professionale.

 

      Ciò posto, è da parecchi anni, quindi, che vagheggio per i ragazzi italiani la Scuola obbligatoria almeno  fino al raggiungimento della maggiore età, una Scuola però ad indirizzo unico, dopo quella che una volta era la licenza media, con programmi unificati in campo nazionale: un unico liceo, un melting pot tra i vecchi licei classico e scientifico e l’istituto tecnico-commerciale.

     Questo il discorso di base che ritengo valido, salvo prova contraria, sul piano degli obiettivi e sulla conseguente organizzazione dei cicli scolastici, che chiamerei ancora con i loro vecchi nomi, ossia:

-         scuola materna fino a 5 anni;

-         scuola elementare;

-         scuola media inferiore;

-         liceo.

 

Ovviamente, l’inserimento nel mondo del lavoro richiederebbe un ulteriore ciclo di studi di specializzazione (oggi chiamato “laurea breve”) per affrontare qualunque tipo di professione di non elevata qualificazione, ciclo di studi che potrebbe essere il primo gradino per una laurea tecnica.

 

Non mi dilungo sui contenuti dei programmi, sulla tecnica didattica e sul metodo.

 

Nell’art.2 della legge Moratti , che statuisce l’ organizzazione scolastica nazionale che sarà gestita dalle  20 repubblichette previste dalla legge sulla “devolution”, si intrecciano in maniera confusa organizzazione, programmi, tecnica didattica e metodo e si capisce solo che “ l’ offerta formativa”( quanto mi sa di “marketing”) ha come obiettivo fondamentale il preparare i giovani ad essere a 18 anni , se non prima, pronti e badile in spalla (lima, martello, cacciavite, saldatrice e chessò altro)  per andare presso la prima agenzia a offrirsi come “lavoratori” a tempo determinato. 

Per continuare il cammino che porterà l'Italia ad essere una Nazione del 3°o 4° mondo.

 

 

2月12日

Democrazia, Guerra, Economia, Iraq:dati di fatto

        

E’ un dato di fatto che la Storia è il complesso di accadimenti che segnano il cammino dei popoli verso la vera autentica democrazia e che quanto è accaduto nei secoli non poteva non accadere  e va valutato correttamente alla luce del contesto in cui si è verificato.

E’ un dato di fatto che le guerre calde sono sempre state il ricorso alle armi per risolvere rilevanti conflitti di interesse non altrimenti componibili e sono sempre state causate da regimi dispotici o dittatoriali:lampante ultimo sciagurato esempio ne è’ la 2^ Guerra mondiale, provocata dai regimi nazista e fascista.  

E’ un dato di fatto che dittature personali e forti dispotiche oligarchie, al potere in paesi del 3° e 4° mondo, affidano la loro sopravvivenza all’ esistenza di feroci sistemi repressivi contro minacce interne e alla deterrenza militare contro possibili interferenze internazionali. Da quì l’instaurazione di capillari servizi informativi e di sicurezza interna e l’ impiego di antiche e moderne tecniche di condizionamento nei confronti delle loro misere popolazioni, tenute in un disumano stato di ignoranza e indigenza, per indirizzarle verso un oppiaceo tipo di religione, teologica o ideologica; da qui la corsa agli armamenti con l’ impiego di ingenti risorse finanziarie a scapito dello sviluppo economico e sociale.  

E’ un dato di fatto che le moderne democrazie, specialmente quelle europee, ricercano la pace nella solidarietà, rifiutano la guerra come mezzo per la soluzione delle controversie internazionali  ed affidano l’eliminazione  delle cause dei possibili conflitti alle apposite Istituzioni e alla suasion diplomatica.  

Lobbysmo, neoliberismo ed economia

E’ un dato di fatto che nei ricchi paesi occidentali le scelte politiche delle masse siano sempre più pilotate attraverso mirate e costose strategie del consenso, sviluppate mediante la tecnica della propaganda (imperniata su messaggi subliminali, che superano le normali barriere razionali, capaci di fare acquistare anche merci inutili e dannose)  da ricche e potenti lobby  al fine di portare al potere politici (di sinistra,centro o destra) facilmente controllabili, che non sempre sono i migliori per gli interessi delle collettività.  

E’ un dato di fatto che negli USA le destre siano neoliberiste in economia e favoriscano la nascita e la crescita di oligopoli multinazionali  

E’ un dato di fatto che negli USA le destre neoliberiste appoggino il Partito Repubblicano, siano da questo rappresentate ed operino nell’ambito delle Istituzioni pubbliche una capillare, continua ed efficace azione di lobby.  

E’ un dato di fatto che le destre neoliberiste attribuiscono le cause di una bassa crescita economica alle rigidità e permissività  delle politiche del  welfare, perché –dicono- le sostanziose risorse sottratte a fini fiscali dalle tasche dei fortunati ricchi contribuenti vengono disperse improduttivamente in spese pubbliche per la politica previdenziale, sanitaria e scolastica, per sussidi di disoccupazione (che alimentano la tendenza all’ ozio di quanti non sono in grado di procurarsi un’ occupazione) e per qualunque altro intervento a favore dei meno fortunati mentre, mentre se  rimanessero nelle tasche dei loro legittimi possessori, sarebbero sicuramente impiegate da questi fortunati ricchi contribuenti in utili investimenti produttivi .                                      

E’ un dato di fatto che le destre neoliberiste attraggono sempre più consensi nei momenti di confusione come quelli attuali, in cui sembra prevalere la legge della jungla, perché promettono legge e ordine (beni sempre più ricercati) e meno tasse, ovvero una riduzione dell’ intervento pubblico nei settori non strettamente connessi con la Difesa e con la Sicurezza, il che determina un appesantimento delle tasche dei più fortunati per notevoli risorse pecuniarie non versate al fisco (risorse che non è detto che  essi investano nell’intrapresa  mentre è certo che le  utilizzano spesso per  procurarsi beni di lusso e servizi privati d’ eccellenza) e un maggiore impoverimento dei poveracci, cui rimane quanto basta alla loro sopravvivenza e i pubblici servizi, poco efficienti per la ricercata riduzione della spesa pubblica.                                                             

E’ un dato di fatto che negli USA le lobby più potenti sono quelle militari-industriali (lo afferma in tutti i suoi libri di storia economica John Kenneth Galbraith, professore emerito di Harvard ed ascoltato consigliere direttamente di quasi tutti i Presidenti democratici , da Roosvelt in poi, e indirettamente di alcuni repubblicani) capaci di orientare, con le buone o con le cattive, le scelte di politica economica ed estera dei governanti. E sappiamo che queste lobby sono state capaci di tenere sotto scacco la maggioranza dei Presidenti attraverso il ricatto per le loro scappatelle  mentre quelli che non si sono piegati, come J.F.Kennedy, sono stati eliminati fisicamente e quelli che hanno chiuso lucrose attività militari, come Nixon  (cui va dato il merito della fine della guerra del Viet-nam), sono stato eliminati politicamente. Il rischio lo passò anche Clinton, con l’impeachment, quando tentò di appoggiare il piano sanitario  della moglie , ma un saggio suo passo indietro, con l’aumento degli stanziamenti a favore delle spese militari ed il conflitto contro Milosevich, lo salvarono dalla perdizione.

E’ un dato di fatto che lo sviluppo economico americano è legato al circuito virtuoso keynesiano innescato da imponenti investimenti pubblici in deficit di bilancio nel settore della Difesa (o della guerra) che prevedono sia la ricerca nel settore militare (che per chi ne sa di questioni militari si sviluppa a 360° in tutti i settori delle attività socio-economico-culturali) sia la sperimentazione di nuovi armamenti, equipaggiamenti, mezzi di trasporto e di combattimento, mezzi di trasmissione e logistici (termine generico che vuol dire di tutto) sia  il consumo degli stock immagazzinati perché ormai  obsoleti  sia il loro rinnovo. Da ciò l’esigenza di una micro e/o macro conflittualità permanente a livello internazionale tali da giustificare la presenza e/o la minaccia di un  possibile impiego delle proprie Forze Armate, sempre efficienti e pronte nei vari scacchieri operativi, e l’armamento gratuito o a pagamento di paesi considerati amici con gli stock da eliminare. 

E’ un dato di fatto che, negli USA, la ricaduta positiva degli investimenti militari e la conseguente crescita economica non deve far abbassare la disoccupazione al di sotto del 5 % , in quanto ciò porterebbe ad un surriscaldamento dell’ economia (causata da una rarefazione del mercato del lavoro, da un  aumento delle  pretese dei sindacati e dalla crescita del costo del lavoro)  e quindi alla crescita dell’inflazione.  

E’ un dato di fatto che la crescita economica porta anche  ad un rafforzamento della moneta che la sostiene rispetto alle altre monete e, nel caso dell’ economia americana, del dollaro: da qui l’attenzione continua da parte della Fed al valore del dollaro rispetto alle altre monete.  

E’ un dato di fatto che l’economia dei paesi europei e del Giappone sono americocentriche e che la                                                               

forza del dollaro consente agli USA di importare a buon prezzo i beni che non conviene produrre negli USA pena l’abbassamento della soglia della disoccupazione al di sotto del fatidico 5 %. Ciò porta ad un aumento del debito estero che gli USA controllano sia provocando con l’aiuto di paesi                                                           

amici e dell’OPEC l’aumento dei prezzi in dollari delle materie prime e del greggio, che di fatto fanno aumentare i costi di produzione dei paesi che esportano negli USA e ne riducono la competitività, sia modificando con appropriati interventi della Fed il rapporto Euro/Dollaro e quello Yen/Dollaro: dollaro debole in momenti di disoccupazione alta per incentivare i consumi interni e, quindi, l’occupazione e scoraggiare le importazioni, dollaro forte in momenti di bassa disoccupazione per ridurre i consumi interni e quindi la crescita dell’occupazione indirizzando i consumatori verso beni d’importazione.  

E un dato di fatto che le destre liberiste americane non vedono di buon occhio la nascita di uno Stato federale europeo, che oltre ad essere un temibile concorrente economico, col suo vecchio welfare sarebbe un cattivo esempio per i lavoratori americani e, inoltre, limiterebbe di fatto il superpotere della superpotenza USA, potendo svolgere un’autonoma politica estera e militare (attualmente vale ancora la vecchia asserzione di Kissinger:”L’Europa? Ditemi qual’ è il suo numero di telefono”per dire che l’Europa non esiste in politica estera).  

E’ un dato di fatto che le destre liberiste europee siano filo-americane, nel senso che sono filo-Bush, rappresentante del neoliberismo americano e nemico del welfare e dell’intervento dello stato in economia, il che vuol dire nemico di un corretto progressivismo fiscale, che fa pagare ai più ricchi tasse progressivamente più salate al crescere della loro ricchezza                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    

E’ un dato di fatto che in Europa le destre neoliberiste siano euroscettiche e attribuiscono la causa della scarsa crescita delle loro economie alle rigidità dei sistemi del welfare dei paesi europei ma è anche vero che ciò si può anche e per buona parte attribuire sia alla perdita di competitività, all’inizio del ciclo causata, dall’ apprezzamento dell’Euro sia agli effetti recessivi dello scoppio della bolla speculativa di Wall Street a seguito degli scandali tipo Enron sia alle incertezze conseguenti anche agli attentati dell’11 settembre che hanno visto ridurre notevolmente i consumi voluttuari (vedi turismo) ovunque. .

E’ un dato di fatto che le destre neoliberiste europee non credono né nell’Euro né nell’ Europa, convinte nella loro scarsa lungimiranza che Euro ed Europa siano contrari ai loro interessi di bottega  a breve termine  (il che, di fatto, è vero).  

E’ un dato di fatto che la Francia è una Nazione francese che sta in Europa allo stesso modo dell’Inghilterra e come l’Inghilterra si avvale della possibilità di svolgere una propria autonoma politica estera, derivantele dal privilegio del seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU con diritto di veto:coinvolgere la Francia nelle questioni di politica estera europea è l’unico modo per essere ascoltati in ambito Consiglio di Sicurezza, lasciarla fuori significa spaccare l’Europa, toglierle peso politico (è questo l’errore  commesso dai paesi della vecchia e nuova Europea, ma forse è quello che volevano ottenere) . 

Terrorismo e sconfitta della democrazia?

E’ un dato di fatto che molte multinazionali, per la lungimiranza dei loro management che hanno saputo aiutare i governi ad applicare sane politiche di sviluppo keynesiane,  hanno finora giocato un ruolo rilevante sia nel mantenimento della pace sia  nello sviluppo economico e della democrazia dei  paesi di interesse  (sarebbe stato masochista far nascere conflitti tra paesi in cui erano presenti).                                                  

  E’ un dato di fatto che negli USA le multinazionali legate alle 7 sorelle e alle industrie belliche sostengono il Partito Repubblicano, per sua natura liberista e nemico di qualsiasi intrusione del potere centrale nei complessi problemi socio-economici interni ed internazionali, a meno che non sia al potere. 

E’ un dato di fatto che, con la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione del Patto di Varsavia e dell’URSS, le FF.AA. di quasi tutti i paesi di vecchia e nuova democrazia si sono ridimensionate rendendo disponibili sul mercato rilevanti quantità di armamenti ed altrettanto sta accadendo in Cina.

E’ un dato di fatto che  la ricerca di moneta forte ha portato i paesi del’ex Patto di Varsavia in possesso di armamenti in esubero a venderli, direttamente o attraverso multilaterazioni, a governanti di paesi produttori di materie prime e di petrolio, in possesso di poderosi stock di moneta americana, senza rispettare le varie limitazioni imposte dai trattati internazionali.

E’ un dato di fatto che in molti paesi ricchi di materie prime e di petrolio governati da ricche e feroci dittature militari o oligarchie feudali e la cui stabilità interna è affidata a fedeli ed efficienti apparati polizieschi e quella esterna al possesso di armamenti di notevole deterrenza (armi di distruzione di massa), la religione fondamentale é l’Islam e le popolazioni vivono un’ esistenza miserevole, connotata da una profonda ignoranza, la cui unica consolazione è la speranza di un felice al di là da conquistare attraverso una morte gloriosa nella Jihad contro gli infedeli ricchi occidentali, presentati dai loro capi come la causa fondamentale della loro infelicità.

  E’ un dato di fatto che i governanti dei paesi islamici considerino la democrazia antitetica all’Islam (come di fatto è), un pericolo letale per la sopravvivenza dei loro regimi e che sia pertanto da combattere ed abbattere: l’ingresso della democrazia in uno di questi paesi avrebbe per conseguenza un rapido effetto domino, facendo così cadere questi regimi; per questo confidano molto nell’effetto deterrente del terrorismo e del possesso di armi di distruzione di massa per tagliare corto su qualunque tentativo di intervento internazionale a favore dell’elevazione socioculturale dei loro popoli.

 E’ un dato di fatto che oggi il terrorismo trovi le sue reclute nei paesi islamici e in talune dottrine pseudorivoluzionarie tendenti ad instaurare regimi radicali di destra o di sinistra .

E’ un dato di fatto che effettivamente l’unico pericolo vitale per le democrazie è il terrorismo, sia perché la sua imprevedibilità le rende indifendibili (Italia, Spagna, Irlanda e USA lo hanno provato sulla loro pelle) sia perché la sua immanenza richiede costose misure restrittive delle libertà democratiche (ecco il rischio mortale verso cui le conduce).

 

E’ un dato di fatto che le destre neoliberiste  (di cui fanno parte i “neocons” USA) tendono al radicalismo e non hanno molta simpatia per la democrazia e questa la dice lunga sul desiderio dei sostenitori di Bush di esportare la democrazia negli stati canaglia, anche perché la democrazia diffusa faciliterebbe pacifici rapporti fra gli stati, rivalorizzerebbe la diplomazia, ridurrebbe l’esigenze di spese in armamenti e sarebbe contraria agli interessi delle lobby militari industriali.

 

E’ un dato di fatto che un’ effettiva democrazia è il prodotto di un processo radicale che può essere pacifico, se i governanti al potere sono capaci di rispondere saggiamente  e prontamente alle richieste di cambiamento di regime, ma può essere anche violento, rivoluzionario e incontrollabile,

se i pochi detentori del potere, che in quel momento sono i più deboli, si oppongono ostinatamente ai molti che ne richiedono la cessione e che sono i più forti.

 

E’ un dato di fatto che non sempre le rivoluzioni portano alla democrazia ma è anche vero che un popolo che ha conquistato la democrazia, gustandone la giustezza, se la perde, lotta per                                                             riconquistarla. Ricordiamoci di quante colpi di stato (rivoluzioni militari) e rivoluzioni islamiche hanno portato all’instaurarsi di regimi dittatoriali e di quante guerre civili hanno portato alla caduta di vecchi e nuovi tiranni.

 

 Che fare con Saddam?

E’ un dato di fatto che Saddam era un dittatore sanguinario e pericoloso, che si è macchiato di delitti infamanti nei confronti del suo popolo, che non ha ottemperato a numerose risoluzioni dell’ONU riguardanti le limitazioni agli armamenti, e che in un conflitto contro di lui si sarebbero  scatenate reazioni imprevedibili sia del popolo irakeno sia  del terrorismo internazionale.

 

E’ un dato di fatto che negli USA, prima ancora dell’11 settembre si è verificata una crisi finanziaria a seguito dello scoppio della bolla speculativa di Wall Street, simile a quella del 1929, anche in conseguenza degli scandali tipo quello del caso Enron e nonostante gli inviti alla prudenza di Galbraith, Samuelson, Modigliani e dello stessa Fed, crisi che ha ferito la fiducia degli americani non solo nei confronti delle Istituzioni economiche ma anche delle Autorità politiche. Crisi del genere deprimono fortemente l’economia e richiedono energici interventi politici capaci di risollevare il morale, quali ad esempio lo stimolo dell’ orgoglio nazionale contro una minaccia esterna.

 

E’ un dato di fatto che gli USA abbiano Servizi Segreti che una volta possedevano una efficace capacità di intelligence, di analisi e di indirizzo tale da far provocare colpi di stato, rivoluzioni e controrivoluzioni anticomunisti e che invece negli ultimi 18 anni sono molto scaduti nell’assolvimento dei loro compiti specifici. Infatti non sono stati capaci di presagire il crollo dell’ URSS, di prevedere l’invasione del Kwait da parte di Saddam, di creare le condizioni per eliminare Saddam ed altri pericoli pubblici e non sono e stati capaci (e non lo sono ancora) di controllare il terrorismo sul loro territorio nonostante gli allertamenti ricevuti da altri Servizi e gli attentati antecedenti a quello delle Twin Towers.

 

E’ un dato di fatto che gli USA -guidati da un texano, che da Governatore era (ed è rimasto) sostenitore della pena di morte ed è  perseguitato dalla nevrotica voglia di confrontarsi col padre-  abbiano attaccato l'Iraq (non Saddam) con una grossolana valutazione di vantaggi e svantaggi derivata dall’opera di intelligence dei Servizi Segreti (la cui scarsa efficienza conosciamo) senza lasciarsi in mano alcuna alternativa né per essi né per Saddam. per una diversa soluzione onorevole della crisi da loro aperta. Qualcuno, Roosvelt diceva:"Mai trattare sotto l'effetto della paura, ma non avere mai paura di trattare" e qualcun altro, Kennedy, "Bisogna lasciare all'avversario sempre un modo di non  perdere la faccia e lasciare a se stessi un'onorevole via d'uscita".Il Presidente americano sembra che li abbia mai conosciuti.

 

In definitiva, allo stato dei fatti Saddam non era nè un problema americano, né europeo.Era un problema per il suo stesso popolo, per i popoli della Lega Araba –nel cui ambito svolgeva un’azione destabilizzante- e per l’ONU, visto che l’ ONU lo si era  voluto chiamare continuamente in causa.                                                               

Il problema Saddam doveva essere  risolto, come quelli rappresentati dai despoti  suoi simili, con un processo simile a quello detto della "vietnamizzazione": doveva diventare un problema per gli iracheni e per la Lega araba.

 

Compito dell’ONU doveva essere far in modo che il processo domino, che quasi sicuramente si svilupperà nei paesi arabi, si sviluppasse in maniera controllata come in una reazione controllata in una centrale nucleare.

 

Frattanto sono ormai passati quasi 3 anni dall’inizio della guerra in Iraq e non sembra che la situazione sia molto migliorata, nonostante le elezioni, in quel martoriato paese ed in tutto il mondo, jahdisti fedeli ad al Qàeda continuano nei loro attentati a ricordarci che in un modo o in un altro, prima o poi, con al Qàeda bisognerà trattare.

 

 

 

                                           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2月11日

Cambiare la Costituzione? Come

 

La “caduta del muro” di Berlino con la conseguente disfatta della politica dei blocchi contrapposti ha di fatto decadere gli accordi di Yalta e consentito in Italia la piena ammissione del Partito Comunista alla gestione del potere politico nazionale.

La stessa caduta del muro ha portato alla stagione di “mani pulite”, all’emersione di “tangentopoli” e alla dissoluzione del sistema politico e di potere ufficiale.

In effetti di corruzione politica in Italia ne avevamo avuto notizie ufficiali con continuità nei vari scandali che avevano coinvolto uomini di governo e partiti, scandali comunque non approfonditi compiutamente perché sennò sarebbe stata spazzata via proprio quella classe dirigente tenuta su perché garante di fronte agli USA della appartenenza dell’Italia al blocco occidentale.

 

La caduta del muro, mani pulite e tangentopoli sarebbero stata l’occasione per rinnovare la politica italiana; ma così non è stato.

Alla crisi politica  si sono sommate ricorrenti crisi monetarie ed economiche e l’emergenza del terrorismo mafioso che hanno distratto l’opinione pubblica dall’ esigenza di un effettivo rinnovamento della politica e soprattutto della classe politica italiana.

Invece di applicare finalmente e compiutamente la costituzione (trascurata di fatto in molti suo aspetti fondamentali, quali ad esempio il decentramento amministrativo ) si è attribuito alla costituzione vigente la colpa di tutti i guai, dimenticando e facendo dimenticare che il blocco del ricambio della politica italiana nasceva dalla nostra appartenenza cinquantennale al blocco occidentale che di fatto aveva cristallizzato la situazione politica interna  e annullato  qualsiasi possibilità di ricambio.

 

Conseguenza è stata che sotto la spinta di pochi esaltati ed impreparati apprendisti stregoni della politica e dell’uso massiccio di tecniche della propaganda da parte di chi aveva interessi personali da proteggere, l’opinione pubblica italiana è stata persuasa che bisognava “ cambiare l’Italia” e che far ciò bisognava cambiare radicalmente la costituzione ancora inapplicata.

 

E’ vero che la Costituzione italiana prevede anche  la possibilità di interventi parlamentari per una sua modifica ma ciò è valido per modifiche di lievi entità che non intacchino l’impalcatura su cui si regge tutto il sistema.

Rilevanti cambiamenti costituzionali per avere un minimo di validità democratica possono essere effettuati o attraverso accordi bipartisan o meglio e soprattutto con apposite assemblee, che però non possono essere formate dai parlamentari eletti per stare in parlamento a dettare la politica della  legislatura, ma devono essere elette dal popolo sovrano fra persone in  grado di  ragionare in termini del “fare il bene di tutta la  Nazione” e non del “fare il solo bene della propria parte politica e del proprio elettorato”.

 

Che l’esigenza di un’assemblea specifica “costituente” sia imprescindibile lo dimostra il fallimento delle varie “bicamerali” italiane create ad hoc dai governi De Mita e D’Alema e della “Convenzione europea”, creata  dai Governi dell’Europa, che ha elaborato una “Costituzione europea” che costituzione non è ancora perché bocciata da alcuni  referendum nazionali dai popoli sovrani che non la sentono propria. 

 

E’ di pochi mesi, frattanto, l’approvazione di una legge costituzionale, voluta da una sola parte politica, che apporta notevoli modifiche alla Costituzione italiana e che ha moltissime probabilità di essere cancellata dal  sicuro referendum  che si terrà prima dell’estate.

Questa legge, detta della “devolution”, se guardata in prospettiva presenta, ma solamente in linea di principio, alcuni aspetti positivi (il risalto dato alla figura del Primo Ministro e l’ attribuzione di compiti distinti alle due Camere) ma molti negativi quali la mancanza di adeguati “contrappesi” ai poteri dati al Primo Ministro e soprattutto la “devolution” ovvero l’eccesso di poteri attribuiti alle Regioni, che rischiano di trasformare lo Stato italiano in una federazione di 20 italiette destinato ad essere relegato fra i paesi in via di dissoluzione sotto l’aspetto politico e socio-economico-culturale.

 

Perché in prospettiva?

 Se proiettiamo la nostra mente verso il futuro non possiamo non prevedere la nascita  dell’Europa politica, ovvero di una Federazione di Stati Europei con un’unica politica estera, un’unica politica militare, un’unica politica economica e soprattutto con politiche di spesa armonizzate ( leggi welfare  ovvero previdenza, sanità, istruzione e sistema di reti, ecc.).

Questa Europa per essere in sintonia con le esigenze del futuro richiederà l’esistenza di singoli Stati  fortemente centralisti , pena l’instaurarsi di piramidi burocratiche di vario tipo che  a quest’Europa toglierebbero capacità di rapida reazione alle sfide che già si presagiscono: l’esigenza di competitività in ogni settore con i futuri giganti dell’economia quali Cina ed India.

 

E nonostante sia legge di natura che gli organismi animati sopravvivono solo se riescono ad aggregarsi in organismi sempre più grandi e complessi, noi in Italia, da anni, ci affanniamo a rincorrere un “ fumoso federalismo” quasi secessionista che, se non ci poniamo rimedio con un Referendum abrogativo, ci porterà a vedere  20 piccole Italiette sparpagliate, prive di coesione e non idonee ad affrontare il futuro che ci si prefigura.

 

Dove va la Storia?

                                      

“In ogni tempo e in ogni paese ci sono persone che tentano di fermare la storia. E’ gente che teme il futuro, che non ha fiducia nel presente e che si rifà ad un passato sereno e tranquillo che in realtà non è mai esistito. . (R.F.Kennedy, 1964)”

Affermare che quanto accade nel presente affonda le sue radici nel passato e che il futuro sarà la naturale conseguenza del presente potrà sembrare l’inutile enunciazione di un’ovvietà, solo perché, in effetto, questa è la legge fondamentale della Storia.
Non esistono soluzioni di continuità né nei piccoli né nei grandi accadimenti, e tutto il divenire nel suo perenne cambiamento evolutivo è solo la risultante inevitabile di quanto è ormai alle nostre spalle.
Asserire quindi, a volte, che quanto accade è assurdo e incomprensibile, è solo una dichiarazione d’impotenza e d’incapacità d’interpretazione della realtà.
Accade spesso, è vero, che taluni comportamenti individuali e collettivi sembrano non voler tener conto che la Storia non fa salti, visto che ciascuno si regola come l’istinto o l’interesse personale gli detta.
A giustificazione di ciò, e forse non a torto, sta il fatto che la Storia, ossia, la concatenazione di avvenimenti succedutisi nel tempo e nello spazio, pare voglia perseguire fini suoi propri, che noi non riusciamo o non possiamo conoscere, e pertanto é più opportuno e conveniente seguire il proprio punto di vista.
Anche se dalla Storia -a volte- è possibile trarre chiari e validi indirizzi di interpretazione dei fatti nonché pratici e concreti insegnamenti per la prefigurazione del domani.
Uno di questi, ad esempio, insegna che quanto -nel passato- si è verificato in un particolare contesto, potrebbe ancora verificarsi -in futuro- allorché lo stesso contesto si dovesse ripresentare.
Nel passato più o meno recente è accaduto che rivoluzioni sanguinose siano insorte, spesso, nei momenti di passaggio forzato da un sistema di potere all’altro, quando le forze al potere (che in quel momento erano le più deboli) si sono opposte al cambiamento: così è stato per la rivoluzione francese, con la borghesia vincente.
E’ vero anche che le rivoluzioni, spesso, le fa chi non ha più nulla da perdere se non la vita stessa, quando la sua qualità è disperatamente misera, ed é anche vero che troppa gente su questa terra vive in condizioni subumane: questa constatazione dovrebbe guidare i popoli ricchi nei loro rapporti con quelli del terzo e del quarto mondo, i cui governanti -spesso corrotti- sono sostenuti dai popoli ricchi, che attraverso essi possono lucrare i propri vistosi interessi.
La Storia inoltre è, per buona parte, conseguenza di comportamenti di singoli individui, di gruppi sociali, di popoli, di Stati, di alleanze di Stati, che interagiscono sinergicamente fra loro e che, prima, durante e dopo gli accadimenti, rendono più o meno palesi i loro veri obiettivi, consentendo,così, soltanto una conoscenza relativa ed una lettura finalistica e di parte degli accadimenti stessi.
Trattasi, pertanto, di una lettura strumentale, viziata da deformazioni di ottica, come se gli stessi accadimenti fossero guardati attraverso le stesse lenti da vista da persone diverse che hanno differenti difetti visivi.
E non solo; ma anche perché ciascuno ci vorrà vedere quello che più valorizza il proprio punto di vista, ovvero il proprio interesse.
C’è la storia dei vinti e quella dei vincitori, c’è la storia di un’ideologia e quella dell’ideologia contrapposta, così che la Storia -che in assoluto c’ é anch’ essa- nessuno la potrà conoscere compiutamente, almeno nell’immediato.
In effetto, tutte le volte che esprimiamo giudizi, riferendoci ad avvenimenti del passato, remoto o vicino, che del passato tracciano la storia, dobbiamo inquadrare gli accadimenti nella giusta cornice temporale e interpretarli alla luce dei valori e della situazione politica e socio-economico-culturale di allora, cui s’ispirava il modo di esistere e di pensare di coloro che in questi avvenimenti furono coinvolti allora, quando essi si verificarono.
Non si può giudicare quanto si è verificato nel passato valutandolo con i valori di oggi né si può giudicare quello che accadde in mondi culturalmente diversi dal nostro con il nostro sistema di valori: allora e/o lì la Storia, nella sua necessità, volle quanto accadde e quanto accadde non poteva essere diverso.
Così come non può essere diverso quanto accade oggi: noi al momento assistiamo, partecipando o no, ad avvenimenti in cui siamo coinvolti, nostro malgrado, senza poter modificare gli eventi e se li modifichiamo nel senso diverso da quello che vuole la Storia, essa interviene, prima o poi, per riportarli sul binario voluto.
Di fatto, è molto difficile controllare il moto della Storia e la Storia stessa.
Ciò non vuol dire che dobbiamo astenerci dal cercare di conoscerla e comprenderla; anzi questo nostro impegno deve essere continuo, se non vogliamo che altri ce la racconti a suo modo, adoperando a tal fine, nell’ambito di una calcolata strategia del consenso, le moderne tecniche della persuasione, affinché noi la si accetti senza spirito critico.
Purtroppo, tale impegno richiede la ricerca ed il possesso di una massa di informazioni la più vasta possibile, spesso difficilmente controllabile e classificabile, perché le informazioni da cui siamo investiti sono tante e a volte, nella loro frammentarietà e diversità, rischiano di farci perdere il bandolo della matassa
Viene il sospetto che forse la disorganicità con cui i moderni media ci presentano il vasto panorama delle notizie (giornaliere, settimanali, mensili. ecc.) sia ricercata ad arte per non consentirci, appunto, di mantenere o ritrovare il bandolo, nonostante la globalizzazione dell’informazione, anzi forse proprio in conseguenza di questa.
Questo vale soprattutto per gli accadimenti più recenti, nei quali gli interessi di parte dei vari livelli di potere sono sempre più difficilmente individuabili e identificabili; ciò in quanto le parti in causa sono in grado di controllare i media e di far conoscere solo quanto é di loro interesse, presentandolo, peraltro, sotto la visuale loro più conveniente.
Peraltro la globalizzazione tende ad essere semplificata (si fa per dire) dalle concentrazioni in atto nei sistemi informatico-mediali: pochi gruppi controllano ormai il mondo dei media e poiché le mega concentrazioni sono conseguenza della legge naturale, che vuole la sopravvivenza solo di chi si espande, rischiamo allora di conoscere solamente le poche cose che ognuno dei potenti gruppi informatico-mediali vorrà o potrà farci vedere.
Di fatto, per noi esiste solo ciò che possiamo vedere e conoscere, direttamente o indirettamente.
Potranno permetterci di non perdere l’orientamento nella giungla dell’informazione e di mantenere intatta la nostra autonoma capacità di giudizio solo un’esperta capacità d’analisi e di sintesi e, soprattutto, la capacità di comprendere quanto e quando quelle tecniche di condizionamento degli individui e delle masse sono adoperate nel presentarci gli accadimenti (da coloro i quali intendono orientare le scelte individuali e collettive)
Bisognerà essere capaci di non lasciarsi influenzare emotivamente dalla propria appartenenza, cosa molto difficile perché siamo spesso sollecitati al coinvolgimento e ciascuno di noi, a volte, definisce le proprie scelte non in base al vero o al giusto ma in base al maggior vantaggio o al minor danno per la propria fazione.
Ma la Storia, prima o poi, rimette sempre tutto a posto: anche se molti avvenimenti, importanti e non, sono stati determinati artificiosamente attraverso il condizionamento degli individui e delle masse, spinti ad agire sotto gli stimoli di chi, avendone il potere, era in grado di orientare l’opinione pubblica verso il proprio volere, col tempo la sapienza della Storia ha rivolto il corso degli avvenimenti sempre verso la giusta direzione, quella coerente, appunto coi fini della Storia stessa.
Ne fanno fede i risultati negativi di talune rivoluzioni ovvero gli sviluppi involutivi di tante rivoluzioni, allorquando sono state instaurate tirannie che hanno tradito i valori cui s’ispiravano i rivoluzionari: la Storia ha spazzato via i tiranni ed il loro sistema di potere, sempre.
Perché la Storia, in definitiva, ci mostra qual è il cammino che essa segue: il cammino degli individui e delle masse verso la libertà, l’autodeterminazione e una sempre più degna qualità della vita.
Tutti coloro che le si sono opposti, prima o poi sono stati ridotti alla ragione.
E’ successo sempre.